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Ciò a cui resisti, persiste. Carl Gustav Jung

  • Immagine del redattore: Federica Facchin
    Federica Facchin
  • 30 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Questa breve frase di Jung è una di quelle che sembrano semplici, ma che continuano a tornare a galla ogni volta che ci scontriamo con qualcosa di noi stessi. Un’emozione scomoda, una paura ricorrente, un conflitto che sembra non risolversi mai. Più cerchiamo di ignorarlo o combatterlo, più si ripresenta. Perché?


La resistenza come meccanismo inconscio


Secondo Jung, la psiche non funziona per eliminazione, ma per integrazione. Quando resistiamo a qualcosa – un tratto del nostro carattere, un ricordo, un desiderio, un limite – stiamo dicendo a una parte di noi: “Tu non dovresti esistere”.

Ma ciò che viene rimosso non scompare. Viene solo spinto nell’inconscio, dove continua ad agire in modo indiretto.

È così che nascono i comportamenti ripetitivi, le reazioni sproporzionate, i blocchi interiori. Non perché siamo “sbagliati”, ma perché stiamo lottando contro qualcosa che chiede di essere visto.


L’Ombra: ciò che non vogliamo essere


Jung chiamava Ombra l’insieme degli aspetti di noi che rifiutiamo: fragilità, rabbia, invidia, bisogno, ma anche talenti mai riconosciuti.

Resistere all’Ombra significa darle potere. Integrarla, invece, significa recuperare energia psichica.

Integrare non vuol dire giustificare tutto o agire senza limiti. Vuol dire riconoscere:

“Questo fa parte di me, anche se non mi piace.”

Solo da qui può nascere una vera trasformazione.

Perché ciò a cui resistiamo si ripresenta?

Perché la psiche tende all’equilibrio.

Se una parte viene esclusa, tornerà sotto altre forme:

nei sogni

nelle relazioni conflittuali

nelle stesse situazioni che si ripetono

nei sintomi emotivi o fisici

Non come punizione, ma come tentativo di comunicazione


Dalla lotta all’ascolto


Il punto di svolta non è combattere meglio, ma ascoltare diversamente.

Chiedersi:

Cosa sto evitando?

Cosa mi fa paura di questa parte?

Che bisogno c’è sotto questa resistenza?

Spesso ciò che temiamo di affrontare è anche ciò che può renderci più completi.

Accettare non è arrendersi

Accettazione non significa passività.

Significa smettere di sprecare energia nella negazione e iniziare a usarla per crescere.

Quando smettiamo di resistere, qualcosa cambia:

non perché il problema sparisce all’istante, ma perché non siamo più in guerra con noi stessi.


E forse è proprio questo che Jung voleva dirci:

la pace interiore non nasce dal controllo assoluto, ma dal coraggio di guardare ciò che abbiamo sempre evitato.

 
 
 

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